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ATLANTE
curated by James Lingwood
Igshaan Adams, Teju Cole, Luigi Ghirri, Emma McNally, Claudio Parmiggiani, Anri Sala, Tatiana Trouvé and Akram Zaatari
3 February - 5 May 2026
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Luigi GhirriModena, 1973 -
I disegni, dipinti, tessuti, sculture e fotografie si muovono tra i codici descrittivi di una mappa diagrammatica e cartografie più intime e immaginarie. Mentre i loro lavori non sono indifferenti al fascino della mappa, gli artisti ne sondano la pretesa di oggettività e riflettono sui suoi legami con una geopolitica di espansione e controllo.
Il punto di partenza della mostra sono due opere realizzate in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, una di Claudio Parmiggiani e l’altra di Luigi Ghirri. Entrambe le opere condividono lo stesso titolo, Atlante. È una parola ricca di connotazioni, che evoca la vasta distesa dell’oceano, la perduta Atlantide e la figura eroica di Atlante, condannato da Zeus a sostenere il peso del mondo sulle spalle (1).
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Claudio ParmiggianiGlobo, 1968 -
Claudio Parmiggiani
Zoo Geografico, 1968-70
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Alla fine degli anni Sessanta, centinaia di milioni di persone erano state rapite dalle fotografie della Terra vista dallo spazio, come l’iconica immagine “Earthrise” scattata dall’Apollo 8 durante la sua orbita intorno alla Luna nel dicembre del 1968. Il pianeta Terra appariva sereno, visto dallo spazio, stagliato nell’oscurità del cosmo. Al suolo, invece, il mondo era sconvolto da enormi rivoluzioni sociali. In risposta, Parmiggiani chiese al suo amico Luigi Ghirri di fotografare un mappamondo di plastica accartocciato. Sei immagini di quella sfera deformata furono incluse in un’edizione intitolata Atlante, pubblicata nel 1970, che sfidava le convenzioni secolari della cartografia e la visione del mondo che essa aveva contribuito a plasmare. Nel 1970 Ghirri aveva deciso di abbandonare il suo lavoro di geometra e di trascorrere il tempo “sul campo” a mappare e misurare spazi e luoghi, in modo da potersi dedicare completamente alla fotografia. Tre anni dopo realizzò il suo Atlante. Per realizzare l’opera, rivolse lo sguardo alle pagine dell’atlante che aveva a casa. Utilizzando un obiettivo macro, ne ingrandì le pagine, riprendendo dettagli sempre più ravvicinati di deserti, catene montuose, oceani e arcipelaghi. Le linee che segnano i confini, i meridiani e i paralleli, e i numeri che indicano le altezze e le profondità si scostano dalla geografia. Un mondo mappato e misurato si svela progressivamente man mano che le immagini si allontanano dalla rappresentazione. Di questa poetica sovversione della cartografia egli scrisse: “In questo lavoro ho voluto compiere un viaggio nel luogo che invece cancella il viaggio stesso, proprio perché tutti i viaggi possibili sono già descritti e gli itinerari sono già tracciati”(3). Ghirri pensava al suo lavoro come a un viaggio attraverso le immagini. Pensò il suo progetto attraverso l’idea dell’opera aperta, raggruppando e sequenziando le immagini in modo da generare una molteplicità di riflessioni e associazioni. Atlante è al tempo stesso una delle sue opere più rigorosamente inquadrate/coerenti sia una delle più aperte, con i suoi significanti fluttuanti che invitano a una deriva verso la fantasticheria e i piaceri del “viaggio attraverso la mappa”, che egli considerava “uno dei gesti più naturali della mente, fin dall’infanzia” (4).
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Akram Zaatari
[YM KTBT] Alphabet Sea, 2025
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La riflessione di Zaatari su quel che il Mediterraneo rappresenta e su come sia stato rappresentato continua in una serie di opere intitolata Mediterranean Ruins (2024-in corso). Qui il Mediterraneo viene reimmaginato come una terra senza acqua: una topografia geologica continua. Per creare l’opera, Zaatari ha commissionato tre timbri in legno che raffigurano il rilievo di tre regioni distinte del bacino del Mediterraneo: una comprende il Libano, un’altra Costantinopoli e una terza include Parigi. Questi luoghi sono stati scelti come nodi simbolici: il Libano come fonte di numerosi reperti archeologici fenici, molti dei quali sono finiti in Francia e in Turchia dopo aver attraversato il mare. I timbri fungono da strumenti per produrre mappe in rilievo su sottili fogli di rame. Questa visione post-apocalittica di quello che un tempo era un mare vitale conserva una macchia; l’acqua che un tempo facilitava gli scambi non c’è più, restano solo frammenti topografici.
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Anri Sala
Untitled (Raja Clavata/Thailand), 2019
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“In queste incisioni le specie si sottomettono al quadro di riferimento... Facendo eco a ciascuna delle incisioni, ho fatto la stessa cosa con le mappe di diversi paesi e regioni. Ho fatto “rientrare” nello stesso quadro queste cartografie, queste entità geografiche e geopolitiche”(5).
Nella sua serie Maps/Species (2018-in corso), Anri Sala associa incisioni zoologiche di pesci e altre creature marine dal XVII al XIX secolo con i propri disegni a inchiostro e pastello di alcuni Stati nazionali. Sala distorce i contorni familiari dei paesi e ne ridisegna i confini, definiti sia dalla geografia costiera che dal potere imperiale. Le forme “innaturali” imitano le descrizioni apparentemente oggettive delle creature marine, contorte per adattarsi ai confini della pagina, proprio come la mappa tradizionale fornisce una maschera di oggettività.
L’intensa curiosità dell’Illuminismo per ogni aspetto del mondo naturale andava di pari passo con l’epoca nuova dell’espansione coloniale. Il progetto di identificare e classificare era strettamente legato al desiderio di possesso: le colonie erano spesso chiamate “possedimenti d’oltremare”. Per delimitare i territori su cui rivendicavano il dominio, le potenze coloniali tracciavano linee rette attraverso terre precedentemente provviste di confini, creando le frontiere arbitrarie di molte nazioni e stati. Parlando di questo corpus di opere, Sala ha detto:
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Igshaan Adams
Keeping Light, 2025
Il lavoro di Igshaan Adams è oscurato dai confini e brilla di possibilità. I suoi arazzi sono spesso basati su immagini satellitari di zone di Bonteheuwel, il quartiere di Città del Capo in cui l’artista è cresciuto, che il regime dell’apartheid in Sudafrica classificava come “Coloured” – una classificazione legale per le persone di origini miste. Nel nuovo arazzo di Adams, Keeping Light (2025), la vista aerea di una parte del quartiere che mostra una strada asfaltata e delle “linee del desiderio”, sentieri creati nel tempo da persone che si spostano a piedi su un appezzamento di terra, si trasforma in una fluida evocazione del luogo. La trama alterna densi gruppi di perline dai colori vivaci – plastica, legno, vetro – e aree più aperte dove le linee verticali dell’ordito formano solo uno schermo parziale. Una moltitudine di piccoli ornamenti e ninnoli si intrecciano in superficie. Alcuni di essi, come libellule e colibrì, evocano un senso di agile movimento. Un gruppo di “nuvole” ariosamente intrecciate con filo di rame si allontana dall’arazzo e si riversa nello spazio della galleria, accentuandone la sensazione di fugace movimento. Sebbene il titolo che Adams ha dato all’opera possa riferirsi al “tenere le luci accese”, all’idea di essere resilienti, esso potrebbe anche alludere alla leggerezza come stato dell’essere. Nella prima delle sue Lezioni Americane, Italo Calvino celebrava la leggerezza come il desiderio di “rimuovere il peso dalle strutture delle storie e del linguaggio” (6). Keeping Light potrebbe quindi essere considerato un invito a liberarsi del bagaglio, a liberare il corpo e la mente in modo che essi possano muoversi fluidamente nello spazio, scivolare oltre i confini, trascendere le identità fisse.
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Anche Emma McNally traccia una geografia fugace nei suoi grandi disegni a grafite. Se le mappe si occupano di delimitare e governare lo spazio, anche se alludono alle convenzioni della cartografia, il lavoro di McNally sconvolge le nozioni definite di territorio e identità. Delle linee geometriche dividono lo spazio bianco della carta, mentre altre, più irregolari potrebbero delineare percorsi o fiumi, i contorni di isole o calotte glaciali. Queste linee sono intensamente lavorate da una molteplicità di segni – aggregazioni e flussi, tracciati e sbavature – che evocano dinamiche di movimento fluide macchie – che evocano movimenti di vario genere. Alcuni, come le nuvole o le increspature sulla superficie dell’acqua, sono visibili per l’occhio umano, altri, come le nuvole di polvere, gli incendi boschivi e le migrazioni viste dai satelliti, e altri ancora, come gli impulsi sonar, sono percepibili ma non visibili, finché i dati non vengono tradotti in un linguaggio di segni. La superficie della carta è levigata, martellata e raschiata, la grafite in alcuni punti è sbavata. È come se tutto fosse in movimento, in un campo di forze convulse. Aya Nassar ha descritto i disegni di McNally come “un invito a cercare modi di creare senso quando i parametri della conoscenza crollano... Forse questo incontro potrebbe essere recepito come un invito a tracciare una geografia che si ripiega su sé stessa. In modo che ciò che è vicino venga ingoiato, e ciò che è lontano si trovi in un’imbarazzante intimità con ciò che prima vicino non era. In cui ciò a cui tipicamente tendiamo cessa di esistere... Questa è una geografia sconosciuta” (7). Il disegno più grande della mostra fa parte di una serie estesa intitolata Choral Fields. Con la sua polifonia di segni grafici, McNally disegna la cartografia di un presente geopolitico turbolento.
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Emma McNallyChoralfields, 2019
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Tatiana Trouvé inizia i disegni della sua serie Les dessouvenus (termine bretone che significa “i dimenticati”) abbracciando un elemento di casualità. Applica la candeggina su carta colorata per creare forme accidentali e amorfe. Come le macchie sui muri o le ceneri dei fuochi che Leonardo da Vinci suggeriva agli artisti di osservare per trovare ispirazione, Trouvé utilizza le forme sulla carta come base su cui disegnare forme con inchiostro, olio di lino, matite colorate e mica (per aggiungere di tanto in tanto un elemento di rame alla superficie) che amplificano le origini volatili dell’opera. Costruendo mondi sfuggenti e vividi come i sogni, i disegni di Trouvé oscillano tra forma e mancanza di essa, tra stati emergenti e dissolventi.
In un recente disegno della serie Les dessouvenus, la sfera perfetta della luna, forse riflessa sulla superficie dell’acqua, appare come testimone di un evento importante, e forse catastrofico: un’eruzione sottomarina o un incendio che avvolge ogni cosa. Delle linee geometriche si irradiano dall’epicentro del disegno, sondandone la turbolenza. In questi disegni, Trouvé non disegna un luogo quanto uno stato dell’essere, dove interno ed esterno si fondono l’uno nell’altro, e i confini si dissolvono. Un groviglio casuale di linee interrompe le forme geometriche in un altro nuovo disegno, 11-01-2026 TT. Il titolo fa riferimento alla data in cui il disegno è stato completato e all’origine dei ciuffi di capelli caduti sulla tela, su cui Trouvé ha attaccato della carta da calco prima di accentuare alcune delle linee a matita. Le forme triangolari del disegno potrebbero far riferimento ai simboli delle mappe topografiche che indicano i punti più alti sulla terraferma, o le profondità dell’oceano, sui quali le linee tracciano le loro correnti erranti.
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Emma McNally
cs10, 2021 -
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Atlante ITA: curated by James Lingwood
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