Atlante ITA: curated by James Lingwood

3 February - 5 May 2026
  •                     ATLANTE

    curated by James Lingwood

     

     

    Igshaan Adams, Teju Cole, Luigi Ghirri, Emma McNally, Claudio Parmiggiani, Anri Sala, Tatiana Trouvé and Akram Zaatari

     

     

    3 February - 5 May 2026

  • “In questo lavoro ho voluto compiere un viaggio nel luogo che invece cancella il viaggio stesso, proprio perché tutti i...
    Luigi Ghirri
    Modena, 1973

    In questo lavoro ho voluto compiere un viaggio nel luogo che invece cancella il viaggio stesso, proprio perché tutti i viaggi possibili sono già descritti e gli itinerari sono già tracciati.” (3)

  • I disegni, dipinti, tessuti, sculture e fotografie si muovono tra i codici descrittivi di una mappa diagrammatica e cartografie più intime e immaginarie. Mentre i loro lavori non sono indifferenti al fascino della mappa, gli artisti ne sondano la pretesa di oggettività e riflettono sui suoi legami con una geopolitica di espansione e controllo.

    Il punto di partenza della mostra sono due opere realizzate in Italia tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, una di Claudio Parmiggiani e l’altra di Luigi Ghirri. Entrambe le opere condividono lo stesso titolo, Atlante. È una parola ricca di connotazioni, che evoca la vasta distesa dell’oceano, la perduta Atlantide e la figura eroica di Atlante, condannato da Zeus a sostenere il peso del mondo sulle spalle (1).

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  • A partire dal 1964 e per oltre un decennio, Claudio Parmiggiani ha realizzato una serie di sculture e collage utilizzando...
    Claudio Parmiggiani
    Globo, 1968

    A partire dal 1964 e per oltre un decennio, Claudio Parmiggiani ha realizzato una serie di sculture e collage utilizzando dei mappamondi, che in seguito ha definito la sua “opera geografica (2)”. Ha tagliato a metà un mappamondo e lo ha combinato con un paio di scarpe (Deserto, 1964), ha schiacciato un mappamondo gonfiabile economico in un barattolo (Globo, 1968)e ne ha ricoperto un altro con pelle di vitello bianca e nera per la scultura Pellemondo (1968). In parallelo a questi détournement, Parmiggiani ha rivolto la sua attenzione alle forme essenziali dei continenti noti alle mappe dal XVIsecolo in poi. In un’opera ha ritagliato le sagome dell’Asia, delle Americhe, dell’Australia, dell’Europa e dell’Antartide, le appuntò come farfalle su carta millimetrata, disponendole poi in una teca di vetro (Collezione, 1966-71). Le stesse sagome dei continenti sono state poi realizzate sul dorso di alcune mucche al pascolo in un campo, per una serie di opere intitolata Zoo Geografico (1968–1970).

     
  • Claudio Parmiggiani

    Zoo Geografico, 1968-70

  • Alla fine degli anni Sessanta, centinaia di milioni di persone erano state rapite dalle fotografie della Terra vista dallo spazio, come l’iconica immagine “Earthrise” scattata dall’Apollo 8 durante la sua orbita intorno alla Luna nel dicembre del 1968. Il pianeta Terra appariva sereno, visto dallo spazio, stagliato nell’oscurità del cosmo. Al suolo, invece, il mondo era sconvolto da enormi rivoluzioni sociali. In risposta, Parmiggiani chiese al suo amico Luigi Ghirri di fotografare un mappamondo di plastica accartocciato. Sei immagini di quella sfera deformata furono incluse in un’edizione intitolata Atlante, pubblicata nel 1970, che sfidava le convenzioni secolari della cartografia e la visione del mondo che essa aveva contribuito a plasmare. Nel 1970 Ghirri aveva deciso di abbandonare il suo lavoro di geometra e di trascorrere il tempo “sul campo” a mappare e misurare spazi e luoghi, in modo da potersi dedicare completamente alla fotografia. Tre anni dopo realizzò il suo Atlante. Per realizzare l’opera, rivolse lo sguardo alle pagine dell’atlante che aveva a casa. Utilizzando un obiettivo macro, ne ingrandì le pagine, riprendendo dettagli sempre più ravvicinati di deserti, catene montuose, oceani e arcipelaghi. Le linee che segnano i confini, i meridiani e i paralleli, e i numeri che indicano le altezze e le profondità si scostano dalla geografia. Un mondo mappato  e misurato si svela progressivamente man mano che le immagini si allontanano dalla rappresentazione. Di questa poetica sovversione della cartografia egli scrisse: “In questo lavoro ho voluto compiere un viaggio nel luogo che invece cancella il viaggio stesso, proprio perché tutti i viaggi possibili sono già descritti e gli itinerari sono già tracciati”(3). Ghirri pensava al suo lavoro come a un viaggio attraverso le immagini. Pensò il suo progetto attraverso l’idea dell’opera aperta, raggruppando e sequenziando le immagini in modo da generare una molteplicità di riflessioni e associazioni. Atlante è al tempo stesso una delle sue opere più rigorosamente inquadrate/coerenti sia una delle più aperte, con i suoi significanti fluttuanti che invitano a una deriva verso la fantasticheria e i piaceri del “viaggio attraverso la mappa”, che egli considerava “uno dei gesti più naturali della mente, fin dall’infanzia” (4).
  • Nella sua serie YM (2024-25), Akram Zaatari pureusa come punto di partenza la mappa schematica. Nell’opera più recente della serie,...

    Akram Zaatari

    [YM KTBT] Alphabet Sea, 2025

    Nella sua serie YM (2024-25), Akram Zaatari pureusa come punto di partenza la mappa schematica. Nell’opera più recente della serie, Alphabet Sea (YM KTBT), realizzata con inchiostri colorati su carta di gelso, Zaatari mette in primo piano lo spazio fluido del Mar Mediterraneo. La terraferma è dipinta come una distesa indifferenziata di arancione vivido che circonda il mare blu. Non ci sono linee rette tracciate per delimitare i confini delle nazioni e degli imperi, né nomi di città o stati. Sparpagliando le 22 lettere dell’alfabeto fonetico fenicio sulle terre che circondano la “figura” del mare, Zaatari evoca un antico spazio intercontinentale con il Mediterraneo – corpo esteso e senza confini – al centro. Riflettendo sulla geopolitica della regione dalla sua posizione, al confine orientale, lungo la costa libanese dove un tempo vivevano i Cananei fenici e dove lui risiede, Zaatari riorienta anche l’asse consueto della mappa, in modo che l’Oriente si trovi in basso e l’Occidente in alto. Il mare blu, in questa visione, racchiude una promessa utopica: la libera circolazione di persone, merci e idee.

  • La riflessione di Zaatari su quel che il Mediterraneo rappresenta e su come sia stato rappresentato continua in una serie di opere intitolata Mediterranean Ruins (2024-in corso). Qui il Mediterraneo viene reimmaginato come una terra senza acqua: una topografia geologica continua. Per creare l’opera, Zaatari ha commissionato tre timbri in legno che raffigurano il rilievo di tre regioni distinte del bacino del Mediterraneo: una comprende il Libano, un’altra Costantinopoli e una terza include Parigi. Questi luoghi sono stati scelti come nodi simbolici: il Libano come fonte di numerosi reperti archeologici fenici, molti dei quali sono finiti in Francia e in Turchia dopo aver attraversato il mare. I timbri fungono da strumenti per produrre mappe in rilievo su sottili fogli di rame. Questa visione post-apocalittica di quello che un tempo era un mare vitale conserva una macchia; l’acqua che un tempo facilitava gli scambi non c’è più, restano solo frammenti topografici.

  • Anri Sala Untitled (Raja Clavata/Thailand), 2019

    Anri Sala

    Untitled (Raja Clavata/Thailand), 2019

  • “In queste incisioni le specie si sottomettono al quadro di riferimento... Facendo eco a ciascuna delle incisioni, ho fatto la stessa cosa con le mappe di diversi paesi e regioni. Ho fatto “rientrare” nello stesso quadro queste cartografie, queste entità geografiche e geopolitiche”(5).

     

    Nella sua serie Maps/Species (2018-in corso), Anri Sala associa incisioni zoologiche di pesci e altre creature marine dal XVII al XIX secolo con i propri disegni a inchiostro e pastello di alcuni Stati nazionali. Sala distorce i contorni familiari dei paesi e ne ridisegna i confini, definiti sia dalla geografia costiera che dal potere imperiale. Le forme “innaturali” imitano le descrizioni apparentemente oggettive delle creature marine, contorte per adattarsi ai confini della pagina, proprio come la mappa tradizionale fornisce una maschera di oggettività.

    L’intensa curiosità dell’Illuminismo per ogni aspetto del mondo naturale andava di pari passo con l’epoca nuova dell’espansione coloniale. Il progetto di identificare e classificare era strettamente legato al desiderio di possesso: le colonie erano spesso chiamate “possedimenti d’oltremare”. Per delimitare i territori su cui rivendicavano il dominio, le potenze coloniali tracciavano linee rette attraverso terre precedentemente provviste di confini, creando le frontiere arbitrarie di molte nazioni e stati.  Parlando di questo corpus di opere, Sala ha detto:

  • Igshaan Adams Keeping Light, 2025 Il lavoro di Igshaan Adams è oscurato dai confini e brilla di possibilità. I suoi...

    Igshaan Adams

    Keeping Light, 2025

     

     

    Il lavoro di Igshaan Adams è oscurato dai confini e brilla di possibilità. I suoi arazzi sono spesso basati su immagini satellitari di zone di Bonteheuwel, il quartiere di Città del Capo in cui l’artista è cresciuto, che il regime dell’apartheid in Sudafrica classificava come “Coloured” – una classificazione legale per le persone di origini miste. Nel nuovo arazzo di Adams, Keeping Light (2025), la vista aerea di una parte del quartiere che mostra una strada asfaltata e delle “linee del desiderio”, sentieri creati nel tempo da persone che si spostano a piedi su un appezzamento di terra, si trasforma in una fluida evocazione del luogo. La trama alterna densi gruppi di perline dai colori vivaci – plastica, legno, vetro – e aree più aperte dove le linee verticali dell’ordito formano solo uno schermo parziale. Una moltitudine di piccoli ornamenti e ninnoli si intrecciano in superficie. Alcuni di essi, come libellule e colibrì, evocano un senso di agile movimento. Un gruppo di “nuvole” ariosamente intrecciate con filo di rame si allontana dall’arazzo e si riversa nello spazio della galleria, accentuandone la sensazione di fugace movimento. Sebbene il titolo che Adams ha dato all’opera possa riferirsi al “tenere le luci accese”, all’idea di essere resilienti, esso potrebbe anche alludere alla leggerezza come stato dell’essere. Nella prima delle sue Lezioni Americane, Italo Calvino celebrava la leggerezza come il desiderio di “rimuovere il peso dalle strutture delle storie e del linguaggio” (6). Keeping Light potrebbe quindi essere considerato un invito a liberarsi del bagaglio, a liberare il corpo e la mente in modo che essi possano muoversi fluidamente nello spazio, scivolare oltre i confini, trascendere le identità fisse.

  • Anche Emma McNally traccia una geografia fugace nei suoi grandi disegni a grafite. Se le mappe si occupano di delimitare e governare lo spazio, anche se alludono alle convenzioni della cartografia, il lavoro di McNally sconvolge le nozioni definite di territorio e identità. Delle linee geometriche dividono lo spazio bianco della carta, mentre altre, più irregolari potrebbero delineare percorsi o fiumi, i contorni di isole o calotte glaciali. Queste linee sono intensamente lavorate da una molteplicità di segni – aggregazioni e flussi, tracciati e sbavature – che evocano dinamiche di movimento fluide macchie – che evocano movimenti di vario genere. Alcuni, come le nuvole o le increspature sulla superficie dell’acqua, sono visibili per l’occhio umano, altri, come le nuvole di polvere, gli incendi boschivi e le migrazioni viste dai satelliti, e altri ancora, come gli impulsi sonar, sono percepibili ma non visibili, finché i dati non vengono tradotti in un linguaggio di segni. La superficie della carta è levigata, martellata e raschiata, la grafite in alcuni punti è sbavata. È come se tutto fosse in movimento, in un campo di forze convulse. Aya Nassar ha descritto i disegni di McNally come “un invito a cercare modi di creare senso quando i parametri della conoscenza crollano... Forse questo incontro potrebbe essere recepito come un invito a tracciare una geografia che si ripiega su sé stessa. In modo che ciò che è vicino venga ingoiato, e ciò che è lontano si trovi in un’imbarazzante intimità con ciò che prima vicino non era. In cui ciò a cui tipicamente tendiamo cessa di esistere... Questa è una geografia sconosciuta” (7). Il disegno più grande della mostra fa parte di una serie estesa intitolata Choral Fields. Con la sua polifonia di segni grafici, McNally disegna la cartografia di un presente geopolitico turbolento.

  • Emma McNally Choralfields, 2019
    Emma McNally
    Choralfields, 2019
  • Tatiana Trouvé inizia i disegni della sua serie Les dessouvenus (termine bretone che significa “i dimenticati”) abbracciando un elemento di casualità. Applica la candeggina su carta colorata per creare forme accidentali e amorfe. Come le macchie sui muri o le ceneri dei fuochi che Leonardo da Vinci suggeriva agli artisti di osservare per trovare ispirazione, Trouvé utilizza le forme sulla carta come base su cui disegnare forme con inchiostro, olio di lino, matite colorate e mica (per aggiungere di tanto in tanto un elemento di rame alla superficie) che amplificano le origini volatili dell’opera. Costruendo mondi sfuggenti e vividi come i sogni, i disegni di Trouvé oscillano tra forma e mancanza di essa, tra stati emergenti e dissolventi.

    In un recente disegno della serie Les dessouvenus, la sfera perfetta della luna, forse riflessa sulla superficie dell’acqua, appare come testimone di un evento importante, e forse catastrofico: un’eruzione sottomarina o un incendio che avvolge ogni cosa. Delle linee geometriche si irradiano dall’epicentro del disegno, sondandone la turbolenza. In questi disegni, Trouvé non disegna un luogo quanto uno stato dell’essere, dove interno ed esterno si fondono l’uno nell’altro, e i confini si dissolvono. Un groviglio casuale di linee interrompe le forme geometriche in un altro nuovo disegno, 11-01-2026 TT. Il titolo fa riferimento alla data in cui il disegno è stato completato e all’origine dei ciuffi di capelli caduti sulla tela, su cui Trouvé ha attaccato della carta da calco prima di accentuare alcune delle linee a matita. Le forme triangolari del disegno potrebbero far riferimento ai simboli delle mappe topografiche che indicano i punti più alti sulla terraferma, o le profondità dell’oceano, sui quali le linee tracciano le loro correnti erranti.

  • Nel suo libro Fernweh, Teju Cole orchestra una lunga sequenza di fotografie, intervallate da frammenti di testo tratti da Swizerland: Handbook for Travelers di Karl Baedeker, pubblicato nel 1872 (8). Cole condivide con Luigi Ghirri l’idea della fotografia come forma di mappatura e in Fernweh esamina non solo la topografia della Svizzera, le forme e le caratteristiche delle sue montagne, dei suoi laghi, delle sue città e dei suoi villaggi, ma anche come l’esperienza di un luogo sia sempre definita e filtrata dall’ubiquità dell’immagine – nelle fotografie, nelle cartoline, nelle riviste, nei libri e nelle mappe. Fernweh si apre con una sequenza di sei fotografie di una piccola mappa delle Alpi appesa al muro di una stanza a Zurigo in cui Cole all’epoca viveva. La composizione è la stessa per ogni fotografia, fatta eccezione per le linee diagonali di luce che si accentuano e si ampliano sul muro in ciascuna immagine successiva. La luce illumina un momento evanescente, un incontro affettivo che chiama silenziosamente in causa l’autorità storica della mappa. Nella sua nuova serie Light Sleeper, Cole rivolge la sua attenzione a una altra storica cornice fisica di conoscenza, la lavagna. A partire dal 2019, per diversi anni, al termine delle lezioni, ha fotografato le lavagne delle aule dell’Università di Harvard, dove insegna. Inizialmente attratto dagli evocativi frammenti rimasti sulle lavagne, segni semicancellati dell’insegnamento e dell’apprendimento, ha deciso di concentrarsi sulla “qualità fugace delle superfici senza la distrazione delle parole”(8). Gli spazi palinsestici fotografati da Cole sembrano portare un pesante fardello, sia di una lunga storia di lotte che di un presente profondamente inquietante, in cui gli ideali della libera ricerca sono messi in discussione e cancellati. I graffi, le macchie e i caduchi segni di gesso, in questa fotografia di grandi dimensioni, alludono alle griglie e ai campi stellari delle mappe celesti e sollevano interrogativi su chi abbia diritto a parlare e a chi venga invece messo a tacere, in questo mondo turbolento.

  • Notes L’Atlante Farnese, la più antica scultura esistente di Atlante che regge un globo celeste, risalente al II secoloa.C.a Roma,...
    Emma McNally
    cs10, 2021

    Notes 

     

    1. L’Atlante Farnese, la più antica scultura esistente di Atlante che regge un globo celeste, risalente al II secoloa.C.a Roma, si trova nel Museo Archeologico di Napoli.
    2. Intervista ad Arturo Schwarz in Claudio Parmiggiani, Civici Musei di Reggio. Emilia, 1985. Si ringrazia Jacopo Benci per aver generosamente condiviso la sua conoscenza di Claudio Parmiggiani e del suo ambiente.
    3. Luigi Ghirri, Atlante, 1979 in Luigi Ghirri, The Complete Essays 1973-1991, MACK, 2016, p. 39.
    4. ibid, p. 39. La singolare importanza di Atlante per Ghirri è mostrata dal fatto che esistono diverse versioni dell’opera: album di stampe realizzati per amici e raccolte per mostre, ciascuno comprendente tra 30 e 50 immagini singole. Versioni importanti si trovano nelle collezioni del CSAC, Parma; Bibliothèque Nationale, Parigi; Museum of Modern Art, New York e Estate of Luigi Ghirri.
    5. Anri Sala, intervista alla Bourse de la Commerce / Collezione Pinault, 2022.
    6. Italo Calvino, Lezioni Americane, Garzanti, Milano, p4, 1988.
    7. Aya Nasser in Emma McNally, The Earth is Knot Flat, Drawing Room, Londra, 2024, p. 19. 
    8. Teju Cole, Fernweh, MACK, 2020.
    9. Teju Cole, in conversazione con James Lingwood, dicembre 2025.
  • James Lingwood è un curatore, produttore e scrittore che vive a Londra. È stato curatore delle mostre all'ICA di Londra...

    James Lingwood è un curatore, produttore e scrittore che vive a Londra.

     

    È stato curatore delle mostre all'ICA di Londra dal 1986 al 1990 e co-direttore di Artangel insieme a Michael Morris dal 1991 al 2022, producendo insieme circa 150 nuovi progetti di artisti tra cui Francis Alys, Matthew Barney, Yto Barrada, Jeremy Deller, Robert Gober, Roni Horn, Cristina Iglesias, Ilya Kabakov, Sejla Kameric & Anri Sala, Mike Kelley, Michael Landy, Steve McQueen, Gabriel Orozco, Elizabeth Price e Rachel Whiteread

     

    Negli ultimi anni Lingwood ha curato mostre tra cui Richard Hamilton: Serial Obsessions al Museo Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Seul, Corea del Sud (2017-18) ; Luigi Ghirri: The Map and The Territory; Photographs from the 1970s al Folkwang Museum di Essen, Germania; al Museo Reina Sofia di Madrid, Spagna; al Jeu de Paume di Parigi, Francia (2018-19); Luigi Ghirri: Viaggi al MASI di Lugano, Italia (2024); Tatiana Trouvé: The Strange Life of Things (con Caroline Bourgeois) al Palazzo Grassi, Venezia, Italia (2025); Vija Celmins (con Theodora Vischer) alla Fondation Beyeler, Basilea, Svizzera (2025) e Cristina Iglesias: Passages alla Fundacion La Pedrera, Barcellona, Spagna (2025).

     

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